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venerdì 27 maggio 2016

Artico vi è partecipe

Energia e ambiente
Il prezzo del petrolio affonda, le petroliere no
Lorenzo Colantoni
19/05/2016
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Un ingorgo di quasi trenta supertankers di classe Vlcc, petroliere con capacità di carico superiore alle 200 mila tonnellate. Tutte ferme davanti al porto iracheno di Basra. 43 milioni di barili la capacità inutilizzata: poco meno della metà del consumo giornaliero mondiale all’inizio del 2016 secondo l'International energy agency.

Quanto è accaduto il 6 aprile svela quanto sta accadendo alle petroliere a causa dell’abbassamento del prezzo del petrolio. Tutto ciò ha conseguenze rilevanti sia per i Paesi che dipendono dal trasporto della risorsa, come l’Egitto, che soprattutto per l’ambiente.

Petroliere più numerose, più lente e più remunerative
Di tutto il settore petrolifero, i trasporti sono forse l’unica parte che ha beneficiato, e molto, dei bassi livelli di prezzo: il costo del bunker oil, il combustibile usato per le navi, è crollato di oltre il 200% in pochi mesi, come nel caso di Singapore, dove è sceso dai 400 dollari alla tonnellata di maggio 2015 ai 150 di marzo 2016.

Di conseguenza, per le petroliere il profitto è rimasto lo stesso, ma i costi sono precipitati. Senza contare che l’abbassamento dei prezzi ha aumentato la variabilità temporale e geografica della variazione di questi, rendendo per molti operatori più conveniente vendere il carico in viaggio o usare le petroliere per immagazzinarlo e rivenderlo nei momenti di rialzo.

Tutto questo ha reso le petroliere più numerose, più lente e, soprattutto, più remunerative. Nel settembre 2015 Bloomberg riportava un guadagno medio giornaliero di 28.375 dollari per le navi che circumnavigavano l’Africa, mentre il Wall Street Journal segnalava una diminuzione del 10% della velocità media a livello globale.

Il tutto è risultato in un boom degli ordini per le petroliere: 200 per il 2017 su una flotta globale di 2.000, di cui più del 40% di classe Vlcc. Una capacità da oltre 160 milioni di barili, un terzo del consumo italiano di petrolio all’anno.

Raddoppio del Canale di Suez, un fiasco?
Questa situazione ha anche avuto l’effetto di ridurre l’attrattività dei canali di transito, Suez in particolare. Panama è infatti meno interessato dalle rotte petrolifere e più da quelle per il trasporto del gas liquefatto, con costi inoltre significativamente inferiori per le navi in transito.

Passare per Suez, in particolare dopo l’allargamento, rappresenta invece un costo significativo: 465.000 dollari in media, ma che può raggiungere anche il milione.

Con una necessità sempre più bassa di accorciare i tempi, da ottobre 2015 a marzo 2016 115 navi cargo hanno preferito scegliere la rotta che passa per il Sud Africa, nonostante i 6.500 chilometri; secondo un report di Sea Intel riportato da Cnbc, si risparmia in media 235mila dollari a viaggio, fino a 19 milioni di dollari all’anno per alcune compagnie.

Quello che è guadagno per loro è però una perdita per l’Egitto, e pericolosa per un progetto, quello del raddoppiamento del Canale di Suez, già criticato da molti per essere stata una scelta dettata forse più da esigenze di grandeur politica del governo egiziano, che da ragioni economiche.

Non ha caso Mohab Mamish, viceammiraglio a capo dell’Autorità del Canale, ha prontamente risposto al report di SeaIntel, sostenendo che le navi in transito sono aumentate del 2% rispetto al 2014.

Peccato che la performance del Canale sia ancora molto deludente, meno 5% di cargo e un fatturato di 4,5 miliardi di dollari nel 2015, molto lontano dagli almeno 13 miliardi che il presidente Abdel Fattah al-Sisi sostiene si raggiungeranno nel 2023. E il cambio di rotte delle petroliere non fa che aggiungere pressione alla già precaria situazione egiziana.

Pollution haven
L’Egitto non è l’unico a subire le conseguenze negative di questi nuovi trend dei trasporti marittimi, perché e soprattutto l’ambiente è colpito. L’allungamento delle distanze e del periodo trascorso in mare incrementa le emissioni: sempre secondo SeaIntel, la rotta sudafricana porta ad emettere in media 6.800 tonnellate di CO2 in più per viaggio rispetto al passaggio nel Canale di Suez.

Non bisogna poi dimenticare l’impatto totale delle emissioni marittime, fortemente sottostimato e poco conosciuto: 938 milioni nel 2012 secondo l’International Maritime Organization, 3% di quelle mondiali, ma i dati sono poco disponibili e non completamente affidabili.

Nel 2008 il Guardian riportava una fuga di notizie secondo cui il valore era già 1,12 miliardi di tonnellate, quasi tre volte le stime ufficiali dell’Intergovernmental panel on climate change. Dati secondo i quali le quindici navi più grandi al mondo avrebbero emesso più di tutte le macchine della terra messe insieme.

In tutto questo non è chiaro cosa accadrà in futuro: da una parte c’è il rallentamento degli ordini di navi e il leggero aumento dei prezzi del petrolio, dall’altra il fallimento dell’accordo Opec per alzare il prezzo del petrolio, che ne impedirà una rapida risalita, e l’espansione della flotta mondiale al 2017 già confermata.

Gli ingorghi di petroliere negli oceani potrebbero quindi ripetersi, anche frequentemente. In un settore in cui la riduzione delle emissioni è estremamente limitata e spesso inesistente, in cui l’internazionalità del traffico marittimo ne aumenta l’immunità alla regolamentazione ambientale e in cui l’utilizzo di combustibili alternativi, come il gas, è ancora molto limitato, tutto questo rischia di potenziare un già pericoloso pollution haven, un paradiso per l’inquinamento. E su cui l’unico controllo ammesso sarà quello del mercato.

Lorenzo Colantoni è Junior Fellow presso loIAI –Twitter@colanlo.
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venerdì 6 maggio 2016

UNa strategia Globale

Difesa e industria europea
European Defence Action Plan: un passo avanti 
Alessandro Ungaro
06/12/2016
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L’European Defence Action Plan (Edap), l’atteso piano d’azione in materia di difesa è stato infine presentato. Le 19 pagine del documento scritto dalla Commissione costituiscono il suo contributo agli sforzi europei e dei singoli Stati membri a rafforzare le capacità di difesa e di sicurezza dell’Unione, questa volta però da una prospettiva industriale e di rafforzamento del mercato interno.

Le iniziative messe in campo dal documento firmato il 30 novembre vanno comunque contestualizzate con la Global Strategy on Foreign and Security Policy dell’Ue e con il suo Implementation Plan, presentati dall’Alto Rappresentante al Consiglio Affari Esteri e Difesa a metà novembre.

Complessivamente il documento presenta alcune novità forse inattese e introduce una serie di aspetti che meritano di essere verificati con attenzione nei prossimi mesi, durante i quali si procederà alla sua vera e propria “execution”.

Ricerca europea per la difesa 
Prende vita il cosiddetto European Defence Fund, composto da due “finestre” complementari, ma distinte in termini gestionali, giuridici e finanziari. Il coordinamento tra le due verrà affidato ad un coordination boardcostituito da rappresentanti della Commissione, dell’Alto Rappresentante, degli Stati membri, dell’Eda e, quando necessario, anche dell’industria. 

mercoledì 27 aprile 2016

Nord Stream 2, il gasdotto che aggira l’Ucraina

Energia

Marco Granato
18/04/2016
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Nord Stream 2 (NS2) è un gasdotto, attualmente in progetto, che collegherà Russia e Germania. Seguirà lo stesso percorso di Nord Stream, perciò può essere considerato un suo potenziamento.

Nord Stream è composto da due linee, ciascuna con una capacità di trasporto di 27,5 miliardi di metri cubi l’anno; NS2 dovrebbe avere la stessa capacità, per un totale complessivo di 110 miliardi di metri cubi annui previsti per il 2019, quando i contratti tra Gazprom e Ucraina si estingueranno.

Il 50% delle azioni di NS2 sarà di Gazprom, mentre i gruppi Basf, E.ON (tedeschi), Shell (anglo-olandese), OMV (austriaco) ed Engie (francese) ne possiederanno il 10% ciascuno.

La Russia punta a potenziare Nord Stream per aggirare l’Ucraina, che, nonostante il conflitto in corso, rimane il principale snodo dei traffici di gas tra Russia ed Europa.

Inoltre, il recente andamento del prezzo del petrolio spinge la Russia a esportare più gas naturale; le forniture di Gazprom verso l’Europa sono andate infatti crescendo negli ultimi anni nonostante lo stallo nei consumi europei e, secondo le aspettative della compagnia, dovrebbero toccare i 160 miliardi di metri cubi nel 2016.

Tra le possibili cause, anche la decisione del Consiglio di Stato olandese, che ha posto un limite massimo di 27 miliardi di metri cubi di gas alla produzione del giacimento di Groningen, contro i 33 estratti nel 2015, a causa di eventi sismici collegati alle attività di estrazione. Di conseguenza, i maggiori importatori di gas olandese (Germania, Belgio, Lussemburgo, Regno Unito e Francia) dovranno rivolgersi ad altri fornitori.

Germania in prima linea, a est il fronte del no
A trarre il massimo vantaggio da NS2 sarà indubbiamente la Germania, che diventerà il principale punto di arrivo del gas russo in Europa, assicurandosi un vantaggio competitivo sul prezzo e aumentando la propria importanza strategica nella partita energetica.

D’altra parte, tale progetto ha messo l’esecutivo guidato da Angela Merkel in cattiva luce dinanzi a vari governi europei. Infatti, benché la cancelliera abbia sottolineato che il progetto è portato avanti da imprese private, l’odierna posizione della Germania stride con le pressioni che questa fece sui partner europei affinché tenessero una linea dura verso Mosca, a costo di sacrificare i loro interessi economici in favore di quelli comunitari: gli stessi che, ora, il progetto NS2 sembra calpestare.

Queste tensioni si aggiungono a precedenti divergenze tra la “linea tedesca” e quella di altri paesi dell’Ue, in particolare sull’austerity e la gestione dei flussi di migranti.

Tra i paesi più determinati a contrastare NS2 si annoverano Slovacchia, Polonia ed i paesi Baltici. La Slovacchia, attualmente snodo importante nel flusso di gas verso l’Europa occidentale, vedrebbe diminuire la sua valenza strategica, mentre i Baltici e la Polonia, antirussi, diffidano di un avvicinamento di Russia e Germania.

A loro vantaggio vi sono delle controversie circa il rispetto dei regolamenti Ue sull’energia. In particolare, l’articolo 9 della terza direttiva sul gas, relativo all’unbundling, stabilisce che il gestore del gasdotto non sia autorizzato a esercitare, direttamente o indirettamente, un controllo su un’impresa che svolge l’attività di fornitura del gas trasportato. In altre parole, Gazprom non potrebbe essere sia il proprietario del gasdotto che fornitore di gas, dovendo inoltre garantire a terzi l’acceso al gasdotto stesso.

Opportunità per l’Italia
Il progetto NS2 potrebbe rappresentare una buona opportunità per l’Italia, nello specifico per l’italiana Saipem, partecipata da Eni e dal Fondo strategico italiano. Impegnata nella progettazione e nella realizzazione di Nord Stream e di altri gasdotti quali Blue Stream e Greenstream, Saipem avrebbe dovuto partecipare alla costruzione di South Stream, l’altra condotta proposta da Gazprom per aggirare l’Ucraina passando attraverso il Mar Nero.

Nonostante questo possibile coinvolgimento nella realizzazione di NS2, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha dichiarato che il Cane a sei zampe non acquisterà azioni di NS2, escludendo anche che la russa Rosneft possa rilevare quote importanti di Saipem, contrariamente a quanto suggerito da alcune voci.

La possibilità che l’Italia possa divenire uno snodo meridionale dei rifornimenti di gas all’Europa, apparentemente accantonata con la sospensione del progetto South Stream, potrebbe tuttavia ripresentarsi.

Recenti dichiarazioni da parte di Gazprom mostrano infatti che potrebbe essere costruito un gasdotto per collegare Russia ed Italia. Per realizzare il progetto, Gazprom è pronta a cooperare con la greca Depa, visto che il gasdotto passerebbe attraverso il territorio greco, e con l’italiana Edison, con le quali nelle scorse settimane Mosca ha siglato un Memorandum of Understanding.

Gazprom ha identificato il potenziale di questi due partner, già coinvolti nel progetto europeo Itgi, attualmente completato solo nel suo segmento turco-greco, ma che potrebbe essere esteso sino all’Italia grazie alla condotta IGI Poseidon.

Washington sta a guardare
Anche gli Stati Uniti hanno un approccio tiepido nei confronti di NS2. Al di là delle questioni prettamente energetiche, l’intensificarsi di legami tra Russia ed Europa è qualcosa che la politica estera statunitense ha sempre cercato di evitare negli ultimi decenni.

Tuttavia, gli attriti che il progetto NS2 sta causando tra i paesi europei potrebbero essere sfruttati dagli Stati Uniti per avere una maggiore influenza sugli stati dell’Europa orientale, i più ostili a NS2 e, contemporaneamente, i più preoccupati dalla militarizzazione della Russia, dunque favorevoli ad una maggiore presenza della Nato nell’area.

Nel caso in cui gli Stati Uniti non entrassero direttamente nella questione NS2, sarebbe più facile per Russia e Germania completare il progetto; d’altra parte l’Italia - al pari di altri paesi impegnati in progetti con Mosca - potrebbe essere avvantaggiata dalla temporanea assenza dell’azione antirussa di Washington nel settore energetico europeo.

Marco Granato, Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Trieste, studia Relazioni Internazionali presso l’Università di Perugia. Si interessa di sicurezza energetica in ambito internazionale.
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lunedì 18 aprile 2016

.Minacce ibride, l’Ue presenta la sua strategia

Europa e terrore

Enzo Maria Le Fevre Cervini, Alberto Aspidi
18/04/2016
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Il Consiglio Affari Esteri del 18-19 aprile discute, tra gli altri argomenti, il Quadro comune per il contrasto delle minacce ibride.

In particolare, i ministri degli Esteri dei 28 devono fare i conti con la necessità di un’azione rapida per il contrasto e la prevenzione delle minacce ibride, poste da attori statali e non statali contro l’Unione, i suoi Stati membri e gli Stati partner.

Sebbene la definizione di minaccia ibrida sia quella di una minaccia “mutevole e necessariamente flessibile”, la Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento, pubblicata lo scorso 6 aprile, descrive tali minacce come la “combinazione di attività coercitive e sovversive, metodi convenzionali e non (siano essi diplomatici, militari, economici, tecnologici), che possono essere utilizzate in modo coordinato da attori statali e non statali al fine di ottenere obiettivi specifici, restando però al di sotto della soglia della guerra formalmente dichiarata”.

La sfida di dover andare oltre le definizioni 
La definizione di minaccia ibrida - o, meglio, il riconoscimento dell'assenza di essa - è il primo punto degno di nota della Comunicazione. Si aggiunge la mancanza di qualsiasi esempio concreto.

Eppure, il ritorno del concetto di hybrid warfare nei documenti strategici " che contano" è avvenuto, ad opera soprattutto della Nato, proprio a fronte delle azioni di attori ben definiti: la Russia di Putin, nel contesto della crisi ucraina, e l’attività di destabilizzazione, all’interno come all’esterno degli stati membri, da parte del Daesh o di individui ad esso legati.

Negli ultimi mesi, all’interno dell’Unione, l’attività di propaganda e proselitismo tesa a radicalizzare individui e le azioni terroristiche, a cui il Daesh viene più o meno direttamente associato, sono le minacce ibride per eccellenza.

La struttura e gli obiettivi della Comunicazione ne risentono: molte delle azioni proposte sono concepite pensando alla prevenzione ed alla risposta ad un attacco terroristico.

Ciò non deve tuttavia distrarre dal fine ultimo del documento, che è di carattere strategico e guarda al medio-lungo periodo. La questione non è da chi provengano le minacce. L'assunto di fondo è piuttosto che attacchi ibridi potrebbero arrivare in qualsiasi momento da nuovi attori, statali e non, nel prossimo futuro.

Definire un quadro comune e coordinato per la prevenzione e la risposta a questi eventi, indipendentemente dalla provenienza e dal "nemico", è l'obiettivo della Comunicazione.

L’Hybrid Fusion Cell e la raccolta d’informazioni
In questo quadro, quali le proposte specifiche di maggior rilievo? Qui una preliminare precisazione è d'obbligo: la Comunicazione è un documento che la Commissione adotta per esprimere una propria posizione su questioni di attualità, stimolando gli Stati membri al dibattito. Di conseguenza, saranno gli Stati membri, che sono e restano gli unici responsabili in materia di sicurezza e difesa, a decidere a quali tra le azioni proposte dare un seguito.

Due sono le proposte avanzate che possono ritenersi di particolare interesse e valore innovativo a livello istituzionale.

La prima è l'istituzione di una Hybrid Fusion Cell presso l'Intelligence and Situation Center del Servizio europeo di azione esterna. La proposta, voluta dall'Alto rappresentante Federica Mogherini, è ambiziosa: essa mira a catalizzare attorno ad uno stesso obiettivo la raccolta di informazioni dell’intelligence per prevenire e rispondere alle minacce ibride, sfruttando le strutture e le capacità dell'Unione e quelle dei singoli stati membri.

La stessa Mogherini, alcuni giorni fa, durante la plenaria del Parlamento europeo, ha affermato che “in un mondo di prevedibili imprevedibilità, il sistema internazionale non necessità di conservatorismo, ma di cambiamento”. Il cambiamento prevede maggiore collaborazione a livello regionale, così come auspicato anche nel Piano d'azione per prevenire l'estremismo violento promosso dal Segretario generale delle Nazioni Unite all’inizio del 2016.

Realizzare tale progetto non sarà semplice, almeno per due ordini di motivi. Il primo è la varietà degli attori interni all'Unione coinvolti: tra loro le istituzioni incaricate del crisis management esterno, della pianificazione strategica (lo Stato Maggiore europeo e il Crisis Management and Planning Directorate - Cmpd), la DG Echo, in carica per le attività di affari umanitari e protezione civile, l'unità gestione crisi di DG Home, e poi ancora, le DG Move ed Energy, in caso di minacce di attacchi ad infrastrutture critiche.

Il piano B: un Centro di eccellenza
Altra questione riguarda la riluttanza degli Stati membri, specie dei “grandi”, a condividere informazioni classificate riguardanti materie di sicurezza nazionale. La Commissione sembra prefigurarsi tale evenienza già nella Comunicazione, proponendo un possibile “piano B”: la ripresa del modello Centro di Eccellenza che dovrebbe avere l’obiettivo di far progredire la ricerca e promuovere l'individuazione di soluzioni pratiche alle sfide attuali poste da minacce ibride.

Questo modello di collaborazione tra attori istituzionali, organi e agenzie interni all'Unione, stati terzi, organizzazioni internazionali e soggetti esterni (privati, aziende, università) è già presente sia in ambito Nato che in ambito Ue, dove particolare successo ha riscosso nel settore della difesa chimica, biologica, radiologica e nucleare (Cbrn).

Sua caratteristica principale è l'approccio bottom-up e di carattere volontario: sono gli attori coinvolti (stati in primis) che identificano le priorità di azione ed i progetti da perseguire: l'Unione fornisce il proprio supporto, eventualmente le proprie risorse, ma non "dirige" il processo.

Un approccio che, in un settore delicato come la sicurezza in generale e la gestione delle minacce ibride in particolare, non può non essere guardato con favore da Stati membri "gelosi" ma consapevoli che un'azione comune maggiormente efficace è necessaria, specie dopo gli eventi di Parigi e Bruxelles.

In definitiva, si può certamente dire che, con la Comunicazione, il processo di riflessione strategica dell’Unione europea sul contrasto alle minacce ibride è iniziato. Tuttavia, il destino concreto di queste proposte e l'effettiva realizzazione di esse, primo test circa l'esistenza di una volontà politica di dare seguito alle proposte in oggetto, resta saldamente nelle mani degli Stati.

Enzo Maria Le Fevre Cervini è Direttore per la Ricerca e Cooperazione presso il Budapest Centre for the International Prevention of Genocide and Mass Atrocities e docente di diritto internazionale e diplomazia presso la Luiss Guido Carli.
Alberto Aspidi è cultore della materia presso la cattedra di diritto internazionale alla Luiss Guido Carli e Assistente di ricerca presso il Budapest Centre for the International Prevention of Genocide and Mass Atrocities
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mercoledì 13 aprile 2016

Notizie dall'ISAG

Rivista “Geopolitica”:


L’India è oggi considerata un attore di primo livello nel contesto asiatico e potenzialmente una delle future potenze a livello globale. Molteplici aspetti, dalla demografia alle capacità militari, dagli indicatori economici all’importanza del paese in ambito multilaterale rappresentano i punti di forza di questo Stato. Tuttavia, la percezione dell’India in ambito globale è allo stesso...

IsAG nei media:



I Report dell’IsAG:


No. 74 – April 2016 Authors: Phil Kelly, Murad Jalilov Language: English Keywords: Balancing Demography Encirclement Geopolitics Islamic State (ISIS) Kurds Download (PDF) / Scarica (PDF) Abstract The focus rests upon Turkey’s contemporary geopolitics amidst the country’s increasing instability and its outlying regional challenges. A geopolitical description is provided of the ambiguities and conflicting pressures...

No. 73 – March 2016 Author: Simona Bottoni Language: Spanish Keywords: Political dialogue Italy – Latin America Business dialogue Italy – Latin America IILA Italian Conference – Latin America and Caribbean Interparliamentary Forum Italy – Latin America and Caribbean Geopolitical balance in Latin America Download (PDF) / Scarica (PDF) Abstract Italy has always had a...

No. 72 – March 2016 Authors: Claudia Candelmo, Antonella Roberta La Fortezza Language: Italian Keywords: UNIFIL II ITALBATT Israeli-Lebanese Wars Italian model Download (PDF) / Scarica (PDF) Abstract Well before 2006, when UNIFIL II was established through UN Security Council Resolution 1701, Italy has been engaged in Lebanon, bringing its contribution to end the hostilities...

Geopolitica Online:



IsAG TV:


Il 24 e 25 febbraio si è tenuto ad Astana il secondo Incontro dei partecipanti internazionali ad EXPO 2017. Alessandro Lundini, Ricercatore Associato del Programma Eurasia dell’IsAG, ha seguito il meeting nella capitale kazaka in qualità di inviato per l’Istituto. La città – ha affermato – si prepara ad ospitare l’evento in un clima di...

Quaderni di Geopolitica:

La Repubblica del Kazakhstan non è soltanto lo Stato più esteso dell’Asia centrale ma anche uno dei Paesi dell’ex URSS che meglio ha saputo ricostruire un’identità e una fisionomia propri nel corso di poco più di vent’anni di indipendenza. L’economia di questo Paese, popolato da una ricca pluralità di gruppi etnici e religiosi, va ben...
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domenica 28 febbraio 2016

Difesa Europea: l'Artico ignorato

Unione europea
Difesa Ue, una luce fuori dal tunnel
Alessandro Ungaro
28/03/2016
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Il 2016 rappresenta indubbiamente una tappa fondamentale per la sicurezza e difesa dell’Unione europea, Ue, per la sua identità, la sua proiezione esterna, il suo pensiero strategico ancora in fieri.

Gli archi di crisi che ormai circondano il Vecchio Continente, l’instabilità diffusa nel vicinato europeo, la gestione dei profughi e dei flussi migratori, il terrorismo internazionale e le tendenze espansionistiche russe (e non solo) mettono a dura prova la tenuta dell’Ue.

Al tempo stesso però, come spesso accade, esse possono rivelarsi un’occasione per rimescolare le carte in tavola e immaginare nuove forme di cooperazione forse più efficaci, solide e politicamente più sostenibili. Inoltre, anche il referendum sull’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue, il cosiddetto Brexit, rappresenta comunque un momento chiarificatore anche sulle prospettive dell’integrazione nel campo della sicurezza e difesa.

Agenda della difesa 2016 
Il 2016 si è già in parte contraddistinto - e lo sarà ancora di più nei prossimi mesi - per alcune importanti iniziative attinenti il campo della sicurezza e difesa: alcune vedranno la loro conclusione nel corso di quest’anno, mentre altre dovrebbero prendere il via durante il secondo semestre.

Certamente atteso è il documento sull’European Union Global Strategy (Eugs) che sarà presentato dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini al Consiglio europeo di giugno.

In autunno la Commissione presenterà al Parlamento un rapporto sull’applicazione delle due Direttive approvate nel 2009 sugli acquisti pubblici di prodotti per la difesa e la sicurezza (2009/81) e sui trasferimenti intra-comunitari di equipaggiamenti militari (2009/43).

Nel frattempo però, già a febbraio il Group of Personalities on the Preparatory Action for CSDP-Related Research, nominato dalla Commissione, ha presentato il suo Report sull’European Defence Research.

In prospettiva, vi dovrebbe essere la preparazione di una Defence Strategy basata sull’Eugs e dell’European Defence Action Plan da parte della Commissione, realizzato in collaborazione con l’Agenzia Europea di Difesa (European Defence Agency, EDA). Infine, la già citata Preparatory Action avrà la necessità di una definizione più accurata e strutturata affinché prenda avvio nel corso del 2017per finanziare in modo sperimentale alcuni progetti di ricerca nel campo della difesa.

Una nuova Europa tecnologicamente avanzata
A prescindere dalle modalità che l’Ue intenderà adottare per affrontare le molteplici sfide che l’attendono, il comparto industriale ad alta tecnologia può svolgere un ruolo determinante per contribuire ad una migliore e più efficace politica di sicurezza e difesa del continente europeo.

A questo proposito, il convegno organizzato dall’Istituto affari Internazionali il prossimo 4 aprile cercherà di fornire il proprio contributo a individuare le iniziative che a livello europeo debbono essere considerate prioritarie e che, in tandem con quelle dei singoli stati membri, possono rilanciare il tema di un’Europa più sicura e difesa.

Non bisogna infatti dimenticare che detenere e gestire un vantaggio tecnologico è un elemento fondamentale di ogni politica di deterrenza così come di ogni intervento volto ad assicurare la stabilità internazionale e contrastare ogni minaccia alla sicurezza e alla convivenza.

Ogni eventuale azione di tipo militare o di sicurezza in senso lato poggia sulla necessità di un rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali europee volte a garantire un livello minimo di autonomia strategica dell’Europa, affinché essa possa muoversi e decidere liberamente, forte delle sua capacità, all’interno dello scenario internazionale di sicurezza.

Inoltre, la crescente facilità e velocità dei trasferimenti tecnologici accrescono sempre più l’esigenza di garantire continuità ed intensità all’innovazione tecnologica sia a livello di prodotti che di processi per evitare di perdere il vantaggio tecnologico acquisito faticosamente negli anni.

Se da un lato, infatti, l’Europa sta rapidamente erodendo il patrimonio tecnologico militare accumulato negli scorsi decenni, dall’altro la dualità delle tecnologie avanzate e l’interazione col crescente settore della sicurezza avvalorano sempre di più il ruolo del settore della difesa nello sviluppo di una nuova Europa tecnologicamente avanzata.

Ostacoli da superare
Questa prospettiva però è tuttora ostacolata dalle insufficienti risorse a disposizione dell’innovazione tecnologica, dalla mancanza di una vera dimensione europea, dall’assenza di un mercato continentale integrato in grado di attenuare una controproducente concorrenza intra-europea e, soprattutto, dall’assenza di nuovi programmi di collaborazione intergovernativa di rilievo.

La strada da percorrere è ancora lunga, impegnativa e irta di ostacoli. Forse però, dopo decenni, si intravede la luce fuori dal tunnel.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AleRUnga).
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venerdì 5 febbraio 2016

I Fondali dell'Antartico

I fondali dell'Antartide
 sono un mondo che non ti aspetti:
 intervista ai palombari 
della Marina Militare"

giovedì 21 gennaio 2016

Finlandia: il fallimento del contratto sociale

Scandinavia
Finlandia, la Grecia del nord?
Gianfranco Nitti
12/01/2016
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L’europea più lenta a crescere. Secondo una recente analisi previsionale da parte della Banca di Finlandia, nel 2016 Helsinki crescerà dello 0,7 %. Secondo la banca centrale, la competitività dei costi è la chiave di volta per rianimare le esportazioni, ma la crescita economica globale non sembra idonea a fornire una seria e sostenuta spinta per le industrie esportatrici finniche.

La politica del quantitative easing della Banca centrale europea, Bce, potrebbe coinvolgere la Finlandia, con un leggero incremento in investimenti di capitale nel corso del 2016 e portando la crescita del 2017 a un punto percentuale.

Fallimento del contratto sociale finlandese
La banca ha inoltre, espresso sostegno alle misure di austerità previste dal governo e alle riforme dei servizi sociali e sanitari.

"Al fine di invertire la tendenza alla crescita del debito pubblico, dovranno essere fatti, su un ampio fronte, tagli di spesa" afferma il governatore della banca Erkki Liikanen in un comunicato. "Se non si adottano misure di risanamento, coloro che ora sono giovani dovranno non solo pagare la maggior parte delle pensioni e dei servizi sanitari e di assistenza dei baby-boomers, ma anche sanare i debiti delle precedenti generazioni".

A sua volta, la banca Nordea prevede che l'economia finlandese crescerà ancor meno nel 2016, di un magro 0,5%, e solo dello 0,7 % nel 2017. Secondo questa banca, la curva di crescita della Finlandia è diversa, in senso negativo, da quella di molte altre economie occidentali.

Gli analisti di Nordea affermano che il fallimento del cosiddetto 'contratto sociale', tentato dal governo di centro-destra finlandese per ridurre il costo del lavoro, potrebbe avere un effetto negativo sulla crescita del Paese nel caso in cui un'ondata di scioperi derivanti dal deterioramento delle relazioni industriali ne scaturisse.

"Le importazioni non cresceranno a causa del nostro problema di competitività e degli aspetti strutturali nelle industrie di esportazione. Anche i consumi rimarranno deboli", ha detto l'economista di Nordea, Pasi Sorjunen. A meno che il Paese attui riforme strutturali che promuovano la crescita, le divergenze tra la Finlandia e il resto dell'Occidente permarranno.

Futuro non raggiante 
Il Ministero delle Finanze osserva una crescita economica complessiva per l’anno appena conclusosi di solo 0,2%, con una previsione per il 2016 di un 1,2-4%. Le prospettive per il 2017 non sono migliori, visto che l’attività economica è trainata principalmente dalla domanda interna piuttosto che dal commercio estero.

Tuttavia il debito delle famiglie continuerà ad aumentare mentre le prospettive di risparmio continueranno a ridursi. La disoccupazione, che nel 2016 dovrebbe raggiungere il 9,4 %, dovrebbe iniziare a rallentare nel 2017.

Peraltro, l’ultimo dato su base mensile del novembre 2015 indica che il tasso si attestava all’ 8,2%. L'inflazione, il prossimo anno, si attesterebbe a poco meno dell’ 1% d’incremento, risalendo leggermente dalle pressioni deflazionistiche di quest'anno, che hanno visto i prezzi scendere. Il rapporto debito pubblico-Pil è anch'esso destinato a salire al 66,6 % nel 2017, contro una stima del 64,9 % nel 2016.

Tasso di disoccupazione e tendenza dello stesso tasso per 2005/2011-2015/11, fascia di età 15-74
Fonte: www.stat.fi.

Negli ultimi tempi, i media internazionali fanno apparire la Finlandia come la ‘Grecia del Nord’, in connessione alle sue difficili prestazioni economiche, mettendo queste ultime in nesso causale con l’adozione dell’euro, unico Paese scandinavo ad averlo introdotto. La buona salute economica della vicina Svezia, che è fuori da Eurolandia, viene usata a sostegno di questa tesi e alimenta una posizione anti-euro da parte di una crescente fetta dell’opinione pubblica locale.

Euro causa di tutti i mali?
Tuttavia, addossare all’euro una responsabilità che si potrebbe riferire ad un miscuglio complesso di fattori diversi, sembra abbastanza semplicistico. Non possono non essere presi in considerazione influenze esterne quali, per esempio, la cessione a Microsoft di un’industria trainante quale Nokia, ma anche l’impatto sull’interscambio commerciale Russia-Finlandia causato dalle sanzioni imposte dall’Ue nel 2014 alla Russia per quanto successo in Ucraina. Nel 2014, la Russia era infatti il terzo principale partner commerciale del Paese baltico꞉sono oltre 600 le imprese finlandesi attive in Russia e circa un centinaio quelle che vi fanno investimenti diretti.

Anche se il futuro non è raggiante, è utile ricordare che nel recente passato, il Paese ha già attraversato cicli economici negativi che hanno poi stimolato innovazione e sviluppo dinamici e la nascita di vigorose realtà industriali.

Non per niente la Finlandia, diversamente dalla Grecia e dall’Italia, raggiunge sempre i vertici delle varie classifiche internazionali riferite a settori e ambiti variegati: dalla scuola, alla competitività, all’innovazione tecnologica, al tasso di corruzione, al livello di etica civica, alla qualità della vita e dei servizi pubblici.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.
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lunedì 4 gennaio 2016

Spazio: IL CUORE BIANCO DI PLUTONE


La sonda spaziale New Horizons, l’ggetto più veloce costruito dall’uomo ha raggiunto il 14 settembre 2015 Plutone.Per almeno mezzora, alla distanza minima di 12.500 chilometri  la sonda ha raccolto dati ed immagini del miserioso painetasulla cui identità ci soo ancora molti aspetti poco conosciuti A cinque miliardi di chilometri dalla terrala sonda ha “telefonato” a casa confermando l’avvenuto contatto scatenando l’entusiamo degli scienziati della NASA. La sonda ha sorvolato Plutone in corrispondenza della misteriosa macchia bianca forma di cuore. In vrtù della rotazione del pianeta la macchia si è rivolta verso la sonda permettendo la sua completa visione. (9)

Massimo Coltrinari

mercoledì 23 dicembre 2015

I Poli: le parti della terra più a rischio

Conferenza sul clima di Parigi 
COP21, la risposta dei colossi italiani 
Lorenzo Colantoni
21/12/2015
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"Oggi celebriamo, domani dovremo agire" questo il commento con il quale il commissario europeo per l'azione per il clima e l'energia, Miguel Arias Cañete, ha chiuso la Conferenza sul Clima di Parigi, COP21.

Uno dei messaggi chiave trasmessi dalla COP21 è che il valore principale dell’accordo firmato non è nelle misure che praticamente propone, quanto nel quadro politico e di investimenti che prospetta. Il suo successo dipenderà principalmente tanto dalla convenienza economica di questi, quanto dalla serietà degli stati membri Onu nel rispettare gli impegni presi.

Accordo ambizioso, ma poco vincolante
La definizione stessa dell’Accordo di Parigi ha visto Ue ed Italia coinvolte attivamente per il raggiungimento della firma, ottenuta in termini significativamente vicini alle aspettative.

L’accordo finale è un ibrido che contiene in parte aspetti legalmente vincolanti, come nella proposta Ue, e in parte non, per evitare di scontrarsi con lo scoglio della ratifica da parte del Senato Usa a maggioranza repubblicana.

Una soluzione che va d’accordo con i quattro obiettivi principali della High Ambition Coalition (una coalizione formata segretamente sei mesi fa da oltre 100 paesi, tra cui 79 africani, caraibici e del Pacifico, gli Stati Uniti e gli stati membri dell’Ue): l’ottenimento di un accordo legalmente vincolante; un obiettivo di lungo termine in accordo con il quadro scientifico; una revisione degli obiettivi nazionali ogni cinque anni e un sistema per tracciare il progresso dei singoli stati nel raggiungimento di questi. Misure, queste ultime, confermate nella versione finale dell’Accordo e valide - nonostante l’opposizione di Cina ed India - dal 2023.

L’Ue e, in generale, la High Ambition Coalition, sono poi riuscite nel difficile compito di portare il livello di ambizione dell’accordo oltre la limitazione dell’innalzamento delle temperature a 2 gradi, introducendo un riferimento al limite di 1,5 gradi che ridurrebbe significativamente il rischio per le zone più vulnerabili, come le isole.

Nonostante il risultato sostanzialmente positivo, l’Accordo di Parigi ha diversi punti deboli. L’alternanza vincolante/non vincolante potrebbe minare la sua forza, in particolare a proposito dell’impegno nazionale verso il fondo da 100 miliardi, già firmato a Durbam, ma a cui Obama per primo aveva negato sostegno.

Generico poi il richiamo alla finanza a sostegno della lotta al cambiamento climatico. I combustibili fossili non vengono mai nominati e le rinnovabili solo una volta. Simile la dicitura sul picco di emissioni che dovrà essere raggiunto “appena possibile”.

Senza contare poi la mancanza di un meccanismo o un’istituzione a garanzia del rispetto dell’accordo, o la definizione delle conseguenze in caso di violazione.

La svolta green di Enel ed Eni
Rinnovabili e gas ricevono una spinta positiva dall’accordo, come risultato dell’incoraggiamento alle tecnologie verdi per le quali, ad esempio, Goldman Sachs ha promesso una quadruplicazione del proprio budget in risposta del risultato della COP21.

Un andamento in linea con diverse scelte del settore privato, come quella storica di E.ON di disinvestire completamente dai combustibili fossili. Simili le mosse di Enel ed Eni.

La prima è da tempo impegnata in una svolta green, confermata in particolare dal piano per il 2019 che prevede una crescita degli investimenti da 2,7 a 17 miliardi, di cui oltre la metà destinata alle rinnovabili, e dalla recente decisione di integrare Enel Green Power(EGP) in Enel.

Allo stesso modo Eni ha annunciato la creazione di una direzione separata “Energy Solutions”, con un forte focus sulla riduzione delle emissioni di CO2. Una posizione coerente con la lettera firmata da questa e altre 9 compagnie petrolifere, tra cui BP e Shell, per proporre soluzioni contro il cambiamento climatico, e in cui gas, Carbon Capture and Storage (CCS), efficienza energetica e un maggiore accesso della popolazione mondiale all’energia hanno un ruolo chiave.

Gas, combustibile di transizione
La posizione dell’Italia e delle compagnie italiane assume in questo senso una valenza particolarmente rilevante anche a livello internazionale, come confermato anche dai 13 milioni già stanziati per lo sviluppo delle rinnovabili e l’azione sul clima nei confronti degli Stati africani.

Il ruolo potenziale del gas come combustibile di transizione, soprattutto per il phase out del carbone e per garantire maggiore accesso all’elettricità nell’Africa Subsahariana, contribuisce all’importanza delle scoperte Eni, tra gli altri, in Egitto (nel giacimento di gas Zohr) e in Angola.

Il know-how di compagnie come Egp e Italgen rappresenta una risorsa particolarmente importante sia per il Nord Africa, dove queste possono essere una valida soluzione alla crescente domanda energetica di Paesi come Egitto e Algeria, che per l’Africa Subsahariana, dove soluzioni come quelle delle mini-grid (interconnessione elettrica tramite mini reti locali) possono garantire l’accesso all’energia a popolazioni sparse sul territorio e per cui la connessione elettrica tradizionale potrebbe essere troppo costosa.

Strategia energetica nazionale da affinare
Sono fattori questi che pongono l’Italia in una posizione strategica per il post COP21, considerando anche le sue potenzialità, come hub del gas mediterraneo ancora largamente inespresse, ma che richiedono un affinamento della strategia italiana. Il focus sull’attività estrattiva espresso dalla Strategia energetica nazionale è, in questo senso, poco compatibile con i risultati della COP21.

Allo stesso modo, maggiore coerenza è richiesta riguardo alle risorse rinnovabili che hanno subìto una battuta d’arresto nel Paese a fronte di una riduzione del sostegno statale: comeriporta Legambiente, gli incentivi in conto energia per il solare fotovoltaico sono stati cancellati nel 2013 e sono 15 i progetti per l’eolico off-shore bloccati da anni. Un quadro che ha ridotto le installazioni da 10.663 MW nel 2011 a 733 nel 2014.

Il tutto con ancora 14,7 miliardi di euro spesi in sussidi ai combustibili fossili nel 2014.

Lorenzo Colantoni è Associate Fellow del Programma Energia dello IAI.
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venerdì 27 novembre 2015

PARIGI COP21 L’ULTIMACONFRENZA PRIMA DELLA CATASTROFE



Cop21 è la sigla della conferenza sul clima che a fine novembre si terrà a Parigi. Secondo gli scienzati questa è l’ultima occasione per intevevire sul clima, poi non ci saranno altre possibilità. LìONO riunisce i 193 paesi per affrontare alla radice questo problema, che ha come obiettivo quello di limitare a 2 gradi centrigradi l’innalzamento della temperatura causata dalle emissioni di gas serra che stanno provocando un impatto disastro sul clima mondiale. . I rappresentanti di una quanratina di paesi esclusa la russia, lo scorso luglio, si sono incontrati a Parigi ed hano stabilito il principio di arrivare ad un accordo duraturo, perenne,con un meccanismo di revisione regolare ogni cinque anni che escluda qualsiasi marcia indietro. Il coinvolgimento di tutti i responsabili in anticipo rispetto alla confrenza è mirato per evitare il falimeto che si è avuto alla confrenza di Copenhagen del 2009, perdendo oltre 6 anni di tempo

venerdì 6 novembre 2015

Il problema delle risorse idriche

Diritto internazionale
Acqua, una risorsa non ancora per tutti 
Carmine Finelli
05/11/2015
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Una vera e propria crisi idrica. È questa che causa la morte, per sete, di circa un miliardo di persone. E a questi si sommano quanti non hanno accesso ai servizi sanitari di base.

Per tale ragione, oggi, è necessario ragionare sull’esistenza di un diritto umano all’acqua potabile quale strumento giuridico per garantire una migliore allocazione delle risorse idriche nelle zone maggiormente colpite da water-stress.

Nell’ambito del diritto internazionale l’esistenza di un diritto umano all’acqua è ancora molto incerta, ma la prassi delle organizzazioni internazionali rende possibile stabilirne l’eventuale contenuto e gli obblighi da esso derivanti.

Acqua e diritto internazionale
Il diritto umano all’acqua potabile non è un dato incontrovertibile per la dottrina giuridica internazionalistica. Le principali obiezioni riguardano il suo contenuto vago, la sua scarsa rilevanza pratica e l’assenza di strumenti giuridici vincolanti che lo prevedano.

Tuttavia, la mancanza di strumenti giuridici vincolanti per gli Stati che prevedano espressamente l’accesso all’acqua potabile non è di per sé un ostacolo alla sua affermazione come norma di diritto internazionale.

Gran parte della dottrina, infatti, ritiene che esso possa derivarsi da altri diritti e in particolare dall’articolo 6 del Patto delle Nazioni Unite sui Diritti Civili e Politici del 1966, riguardante il diritto alla vita, e degli articoli 11 e 12 del Patto delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, concernenti rispettivamente il diritto ad un livello di vita adeguato e il diritto alla salute.

Tutti questi diritti trovano un elemento comune nella presenza e nella disponibilità d’acqua che diviene un elemento centrale per la loro realizzazione. Senza disponibilità di fonti di acqua potabile la vita stessa sarebbe in pericolo e non sarebbe possibile avere un’esistenza adeguata alla dignità umana. La salute, infine, dipende anche da una corretta igiene per la quale la presenza dell’acqua è necessaria.

Per questo motivo, tali diritti potrebbero essere ritenuti generatori di un nuovo diritto, il quale avrebbe una portata più generale di ognuno di questi diritti presi singolarmente. Ciò si spiega alla luce del fatto che il diritto all’acqua è propedeutico alla realizzazione dei diritti dai quali è derivato, nel senso che la mancanza della risorsa idrica ne metterebbe a repentaglio l’applicabilità.

Seppure il diritto umano all’acqua sarebbe derivato, esso sarebbe logicamente precedente ai diritti dai quale discende, essendo l’acqua l’elemento che permette di realizzarli. Partendo da queste considerazioni, il Comitato per Diritti Economici, Sociali e Culturali ha emanato nel 2002 il General Comment n. 15: The Right to Water nel quale si specifica per la prima volta il contenuto e gli obblighi derivanti dal diritto all’acqua.

Il General Comment n. 15
Il General Comment n.15 è il documento più importante per il riconoscimento del diritto umano all’acqua.

Anche se si tratta di un documento interpretativo di soft law, esso è comunque sintomo di una prassi in costante sviluppo da parte delle Organizzazioni Internazionali, e in particolare dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che trova il suo punto massimo nella risoluzione dell’Assemblea Generale A/RES/64/292 del 10 luglio 2010 e nella risoluzione dello Human Right Council A/HRC/RES/21/2 approvata nell’ottobre del 2012.

Il General Comment n.15 sancisce l’esistenza del diritto umano all’acqua come derivazione dei diritti stabiliti dagli articoli 11 e 12 del Patto sui Diritti Eonomici, Sociali e Culturali e prevede che questo deve garantire l’accessibilità fisica ed economica alla risorsa, la sua qualità e il suo utilizzo per usi domestici.

Il General Comment impone anche delle core obligations per le parti del Patto. Tali obblighi riguardano la rimozione di ogni barriera all’accesso a fonti di acqua potabile, l’attuazione di politiche volte a preservare le risorse idriche e a mantenerne invariata la qualità, l’obbligo di cooperazione tra le parti per favorire una distribuzione efficiente delle risorse idriche.

Particolare menzione merita, invece, l’obbligo di non discriminazione, poiché si tratta di un punto fondamentale nella prassi relativa ai diritti umani e assume rilevanza anche per il diritto umano all’acqua dato che esso tutela tutti i gruppi sociali ed etnici che in seguito a conflitti politici subiscono la privazione di fonti di approvvigionamento idrico.

Diritto umano all’acqua ancora molto lontano 
Ciononostante, la reticenza degli Stati a derogare parte della propria sovranità sulle proprie risorse naturali resta l’ostacolo maggiore ad un pieno riconoscimento di un diritto umano all’acqua. D’altro canto, la prassi internazionale sembra affermarlo come dato giuridico già acquisito e quindi sembra aumentare i propri sforzi per una sua piena attuazione.

Al momento attuale non esiste una norma internazionale (né pattizia, né consuetudinaria) che sancisca il diritto umano all’acqua e per questo le manifestazioni della prassi internazionale hanno una fondamentale importanza per segnalare l’orientamento della comunità internazionale verso la sua applicazione.

Inoltre, prassi e opinio iuris costituiscono elementi fondamentali delle norme internazionali consuetudinarie. Tanto più si riuscirà ad estendere la convinzione che il diritto umano all’acqua è giuridicamente vincolante per i membri della comunità internazionale tanto più l’applicazione di tale diritto da parte dei singoli Stati risponderà effettivamente ad una norma specifica dell’ordinamento internazionale divenendo così norma fondamentale del diritto internazionale.

Carmine Finelli è Dottorando di Ricerca presso l’Università degli Studi del Molise e Presidente della Young Professionals in Foreign Policy, Roma.
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giovedì 15 ottobre 2015

ITALIA: SULLE ALPI SPARISCONO I GHIACCIAI


La superficie dei ghiacciai sulle Alpi si è ridotta del 40%in poco più di mezzo secolo, passando dai 519 chilometri quadrati del 1962 agli attuali 368. Questo dato emerge dal rapporto “Ghiaccio Bollente redatto dal WWF in cui l’associazione ambientalistica descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiaccia e sul pianeta. Il fenomeno interessa innanzi tutto l’Artide e l’Antartide, come noto, dove l’aulemnto delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Oltre ai poli le altre areee interessate sono i ghiaccai alpini, quelli dell’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali, ed il Kilimangiaro, che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura e che vedono la riduzione fino al 75%. Altro fenomeno correlato l’innalzamneto dei mari che minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere, con il 70% delle coste mondiali che rischia di venire sommerso (1)


Bollettino Geografico Informativo Luglio 2015 post in progress


mercoledì 23 settembre 2015

Russia: la perseveranza e la costanza

LA RUSSIA RIVENDICA UN’AMPIA ZONA DELL’ARTICO
A distanza di 14 anni dall’invio all’ONU della prima richiesta, la Russia ritorna a rivendica un’ampia zona dell’Artide, perché gli sia riconosciuto il controllo di 1,2 milioni di chilometri quadrati di Artico, un area grande come il Sud Africa. L’area appare di grande interesse strategico per Mosca: secondo il vicepremier Dmitri Rogozin questa, insieme all’Atlantico è una delle priorità della nuova dottrina navale approvata da Putin. L’area, oltre all’interesse strategico, è ricca di giacimenti di gas e petrolio che potrebbero essere esplorati e sfruttati con il progressivo scioglimento dei ghiaccia causa dei cambiamenti climatici.Se questa richiesta venisse accolta la Russia potrebbe estendere i propri diritti di sfruttamento sino a 350 miglia marine dalla costa anziche dalle attuali 200 miglia. A contrastare tale richiesta vi sono gli altri Paesi che si affacciano sull’Artide, Canada, Danimarca, Norvegia e Stati Uniti.
Massimo Coltrinari

giovedì 17 settembre 2015

SI SCIOLGONO I GHIACCIAI DELL’ALASKA

Ricercatori della Università di Faribanks in Alaska, in collaborazione con l’Agenzia statunitense Geological Survey, hanno pubblicato uno studio nel quale si evidenzia che i ghiacciai dello stato americano tra il 1944 ed il 2013 hanno perso ogni anno settanti cinque miliardi di tonnellate di ghiaccio
Interessante l’osservazione contenuta nel rapporto che l’innalzamento dei mari non viene dagli enormi pezzi di ghiaccio che si distaccano dai ghiaccia sull’oceano, bensi dallo scioglimento di quelli che si trovano sulla terraferma. Questo è stato possibile affermarlo utilizzando osservazioni aeree , tecniche di telerilevamento, che fruttano un impulso laser, ed una nuova classificazione che include anche la forma e le dimensioni di ciascun ghiacciaio.

Massimo Coltrinari

lunedì 7 settembre 2015

Helsinki e la CSCE:un anniversario

Anniversario e mostra
Csce: 40 anni dopo, lo spirito di Helsinki
Gianfranco Nitti
03/09/2015
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Nel luglio 1975, Helsinki divenne la capitale d'Europa: il 1° agosto di quell’anno segnò la fine del lungo negoziato della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Csce) con un vertice che riunì nello splendido edificio in marmo di Carrara di Casa Finlandia (Finlandia Talo), opera del grande architetto Alvar Aalto, i capi di Stato di 35 Paesi e le loro delegazioni.

"Dopo la conferenza, i media internazionali iniziarono a parlare di 'Spirito di Helsinki': lo abbiamo scelto come nome della mostra”, da poco conclusasi, che rievocava quei giorni. Spiega Johanna Tolonen, direttrice, del Finlandia Talo: “S’è trattato di una rivisitazione delle calde giornate estive di quel 1975, quando la piccola Finlandia e la luminosa e nuova Casa Finlandia erano pronte a ricevere tutti i capi di Stato europei e delle superpotenze Usa e Urss.

La mostra ripercorreva le storie di quello che è successo in giro per la città e con quali sforzi un piccolo Paese fosse riuscito a organizzare un evento così importante".

Casa Finlandia e l’Atto Finale
Sempre a Casa Finlandia si è svolta a luglio una solenne celebrazione del 40° della Csce, organizzata dal comitato parlamentare dell’Osce, organismo che nacque come stabile emanazione di quella Conferenza e per realizzare i contenuti del famoso Atto Finale di Helsinki firmato proprio il 1° agosto 1975. Tale evento celebrativo e commemorativo ”è stato il catalizzatore per l'organizzazione della mostra", afferma la Tolonen*.

Le immagini d’archivio e i testi esplicativi selezionati per la mostra hanno messo in luce anche eventi paralleli di quei giorni. Ad esempio, Betty Ford, la moglie del presidente degli Stati Uniti Gerald Ford, ammirò le case di moda finlandesi del tempo, Marimekko, Vuokko, Friitala e Polar-Turkis, alla presentazione delle loro produzioni in una sfilata di moda presso il ristorante Walhalla nella fortezza sull'isola di Suomenlinna.

L'interevento di Gerald Ford.

Carisma e satira
Il famoso fumettista finlandese Kari Suomalainen esercitò la sua penna tagliente anche sulla preparazione della Csce: la mostra ha presentato cinque sue vignette satiriche.

La simbolica immagine "Direzione Csce" ("Suuntana Etyk", in finlandese) apparve sul quotidiano Helsingin Sanomat. E fu lui a disegnare la vignetta della "nassa di Kekkonen", come definiva la Finlandia Talo, circondata da una barriera di sicurezza a catena, in cui i prestigiosi ospiti venivano incanalati.

Urho Kkekkonen fu il carismatico presidente della Repubblica finlandese che riuscì a far arrivare i leader dell’epoca, spesso disposti sui fronti contrapposti della Guerra Fredda. La firma dell’Atto Finale simboleggiò una svolta storica del concetto di sicurezza in Europa, che venne legato alla cooperazione per una composizione pacifica delle controversie, gettando il seme della fine della stessa Guerra Fredda.

La mostra comprendeva anche una raccolta di firme di prova dell’Atto Finale da parte dei capi di Stato, importante reperto recuperato durante il vertice dall’ambasciatore Mikko Pyhälä, che da giovane diplomatico partecipò alla preparazione dell’evento nel Segretariato Csce.

Ricordi personali e la profezia di Moro
Chi scrive era un giovane laureando in Diritto Internazionale con una tesi di laurea connessa alla Csce e si trovava ad Helsinki in quel periodo, con una borsa di studio, proprio per la tesi. Ebbi la fortuna di essere accreditato e di poter assistere a quell’evento di grande portata per il destino dell’Europa, ma anche dell’umanità. Ed ebbi quindi l’occasione di vedere il presidente del Consiglio italiano Aldo Moro firmare l’Atto Finale.

In una delle foto della mostra, si intravede Moro, un po’ ripiegato e concentrato ad ascoltare in cuffia l’interpretazione dei discorsi. Della delegazione faceva parte anche un grande testimone e tessitore per l’Italia di quella Conferenza, l’ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris, personalità di grande cultura e di profonda esperienza diplomatica.

Capi di Stato e Governo alla CSCE, 1975, Aldo Moro, terzo da destra.

E firmando Moro nell’agosto 1975 l’Atto Finale della Conferenza di Helsinki, sia come presidente del Consiglio italiano sia come presidente di turno dell’allora Comunità europea, gli fu da qualcuno contestato che era illusorio sottoscrivere un documento così innovativo mentre da parte del presidente sovietico Leonid Breznev si affermava il permanere della "sovranità limitata" degli Stati amici dell’Urss. Moro replicò profetico: "Il signor Breznev passerà e il seme che tutti insieme abbiamo gettato darà i suoi frutti".

*Progettazione della mostra “CSCE 40-year jubilee exhibition Spirit of Helsinki” del Zeeland Group / Eija Vierimaa, testi Jukka Juhola Prodotto da Finlandia Hall Ltd / coordinatore Johanna Saario Sede della mostra: presso la Galleria Veranda, Finlandia Talo, Karamzininranta 4.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.
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giovedì 30 luglio 2015

Spazio: il problema dei detriti

Un passo necessario
Spazio: Ue apre negoziati su Codice di Condotta
Lucia Marta
27/07/2015
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Al fine di limitare la creazione di detriti spaziali e di rendere possibile nel lungo periodo l’utilizzo delle orbite più a rischio, nel 2008 l’Unione europea (Ue) propose alla comunità internazionale un Codice di Condotta (CoC) sulle attività spaziali.

Sette anni dopo, l’Unione apre l’atteso round di negoziati internazionali per l’adesione: il risultato non è scontato, ma un primo passo - improcrastinabile - sarà compiuto nella giusta direzione.

Il Codice di Condotta: come, quando e perché
In un contesto caratterizzato dal vuoto normativo in tema di sicurezza nello spazio, dall’aumento esponenziale di attori e d’infrastrutture in orbita, e dunque di ‘spazzatura’ e rischi di collisione, l’Ue ha risposto ad una richiesta del Segretariato Generale dell’Onu, adottando nel 2008 un Codice di Condotta (CoC) sulle attività spaziali e proponendolo alla comunità internazionale.

Il Codice contiene essenzialmente misure sul controllo e la mitigazione dei frammenti e misure di trasparenza e fiducia tra gli attori, come le pre-notificazioni o i meccanismi di consultazione.

Non si tratta di uno strumento volto al controllo degli armamenti nello spazio, anche se un riferimento vi è fatto, ma piuttosto di una sorta di manuale di norme di buon comportamento nella condotta di attività spaziali.

Si tratta di un’iniziativa politicamente (e non giuridicamente) vincolante; di origine europea, e non onusiana; e basata su princìpi generali chiave e (a prima vista) condivisibili.

Tali caratteristiche sono considerate da alcuni Paesi come dei vantaggi: il Codice non comporta la necessità di definire precisamente la terminologia, né prevedere meccanismi di verifica; non è sottoposto alla paralisi che subisce la Conferenza per il Disarmo; e favorisce la fiducia reciproca e la trasparenza tra gli attori in difesa di un patrimonio che appartiene all’umanità.

Per altri Paesi, invece, tali caratteristiche creano reticenze e ostacolerebbero l’adesione.

Le principali critiche al Codice di Condotta
Lo scetticismo che alcuni Paesi hanno espresso riguardano in parte il contenuto del Codice, in parte la procedura seguita. Se inizialmente gli Usa erano scettici, le modifiche apportate e il loro conivolgimento diretto hanno infine ottenuto un (timido) sostegno americano.

Russia, Cina, India, Brasile ed altri paesi ‘emergenti’ sembrano più diffidenti; e le ragioni sono varie. Da un lato, il Codice sembra essere percepito come un’alternativa al trattato per il non dispiegamento di armi nello spazio, proposto dai primi due Paesi, e per questo non raccoglie il loro sostegno.

Alcuni Stati sostengono anche che un Codice non giuridicamente vincolante resta inefficace. Inoltre, la sua promozione e il suo negoziato fuori dall’ambito Onu toglierebbe legittimità all’iniziativa e significherebbe per alcuni cedere a un accordo occidentale al quale sono chiamati ad adattarsi senza contribuire in modo determinante alla sua stesura.

La paternità europea, non onusiana, sembra difficile da accettare: lo stesso accadde ad un altro codice di condotta esistente da una decina di anni (Codice dell’Aia, HCoC); e ciò fu qualificato da alcuni esperti come il suo “peccato originale”.

I principi sui quali si basa il Codice sono considerati poi da alcuni attori condivisibili, ma non esaustivi o non espressi adeguatamente. La trasparenza e la fiducia che ne deriverebbe sarebbe quindi limitata e non risulta convincente: peraltro, è evidente per alcuni che i programmi e le infrastrutture al servizio di obiettivi puramente militari resterebbero esclusi da tale trasparenza.

Inoltre, il riferimento (o no) esplicito al diritto all’autodifesa ha causato lunghi dibattiti, temendo creasse una finestra di opportunità - legittima - al dispiegamento di armi.

Infine, altri Paesi temono che i meccanismi e le procedure previste limitino de facto le loro attuali o future attività spaziali, richiedendo processi e tecnologie di cui non dispongono o che sono molto costose o di difficile accesso.

L’Ue pronta a passare dalle consultazioni al negoziato
Tali critiche sono emerse durante i diversi “Open-Ended Consultation Meetings” che hanno avuto luogo in questi anni a Vienna, Kiev, Bangkok e Lussemburgo.

L’Ue ne ha tenuto conto: dal 2008, il testo del Codice ha subito modifiche. Lo scopo era quello di arrivare ad un testo il più accettabile possibile per portarlo poi a una conferenza di negoziato multilaterale durante la quale, come l’Ue spera, la maggior parte dei Paesi spaziali (e non) lo adotteranno e si impegneranno politicamente a rispettarlo.

Tale conferenza avrà luogo dal 27 al 30 luglio di quest’anno a New York. Indipendentemente dal fatto che l’Ue abbia raggiunto un largo consenso, dopo otto anni di lavoro era comunque tempo di concretizzare e passare alla fase di negoziato e di adesione, al fine di rendere credibile lo sforzo diplomatico intrapreso dall’Unione.

Bruxelles corre tuttavia dei rischi: non solo lo scetticismo di fondo di alcuni Stati perdura, ma, essendo il Codice uno strumento diplomatico e volontario, è sulla base delle buone relazioni tra Paesi che il dialogo è possibile e che il Codice sullo spazio può trovare un seguito concreto.

In effetti, se anche lo scetticismo dei maggiori Paesi fosse risolto, se anche un testo accettabile dai più fosse trovato, le tensioni diplomatiche tra Stati rischiano di giocare a sfavore di un’intesa.

Lo spazio, come le relazioni commerciali, potrebbe essere una vittima di tali tensioni. Una volta il Codice sottoscritto, poi, si pone anche la questione di se e come sarà rispettato. L’esperienza del Codice dell’Aia ne è un esempio: anche se di natura totalmente diversa, l’HcoC dimostra come, nonostante le oltre 130 adesioni, se i Paesi chiave non lo sottoscrivono, o non lo applicano, l’iniziativa perde molto del suo valore.

Comunque vada, e anche se non dovesse raccogliere molte adesioni subito, il Codice avrà il merito di mettere sul tavolo dei negoziati una questione essenziale per lo sfruttamento dello spazio da parte delle generazioni future.

Come alcuni analisti hanno scritto, si tratterebbe almeno di un “first step” verso un regime che, nel futuro, potrà essere più robusto, più condiviso e forse un giorno addirittura vincolante. Non c’é più tempo da perdere: l’annuncio di OneWeb, come di altri attori privati, di volere dispiegare centinaia di microsatelliti in orbita bassa entro il 2020 lo conferma drammaticamente.

Lucia Marta è consulente di ricerca in questioni di politica spaziale europea e ricercatore associato della Fondation pour la Recherche Stratégique (FRS, Parigi).
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martedì 16 giugno 2015

IsAG: 17 giugno 2015 Conferenza

'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) è lieto d'invitarvi alla conferenza
 La macro-regione del Mezzogiorno. Sicilia-Calabria, binomia inscindibile nel TEN-T 5 per una nuova centralità dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo 
che si svolgerà mercoledì 17 giugno 2015, dalle ore 9, 
presso lo Spazio Europa (gestito dall’Ufficio d’informazione in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea) di Via IV Novembre 149, Roma.
 L'evento è organizzato in collaborazione con Innovatori Europei e col patrocinio di Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, Ordine Nazionale degli Architetti,
 Università Kore di Enna, Università degli Studi di Messina, Università degli Studi di Palermo.


La locandina è disponibile cliccando qui. Per il programma: qui.


È gradita registrazione dei partecipanti tramite modulo in linea cliccando qui.

(informazioni: studentiecultori2009@libero..it)