Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Cerca nel blog

venerdì 30 novembre 2018

Svezia, uno dei Paesi del Consiglio Artico


Fonte: LIMES, rivista di geopolitica

info:www.ilmioabbonamento.it

martedì 30 ottobre 2018

Siccità al Polo Nord

da L'Internazionale Novembre 2018

martedì 4 settembre 2018

La Faglia artica



















Fonte: Limes
www.ilmioabbonamento.it



martedì 15 maggio 2018

UNA CENTRALE NUCLEARE GALLEGGIANTE PER CONTROLLARE L’ARTICO


Mosca, 30. E' partita ieri dal porto di San Pietroburgo la prima centrale nucleare galleggiante russa. Sarà destinata a rifornire di energia avamposti nell’Artico. Un deciso passo in avanti nell’estensione del controllo russo sulla regione molto contesa.
L'Akademik Lomonosov, una sorta di nave-centrale nucleare, proseguirà attraverso il Baltico fino al porto russo di Murmansk, dove i due reattori dell’impianto verranno riforniti di combustibile nucleare, come ha spiegato Pavel Ipatow, portavoce del gestore della centrale Rosenergoatom, citato dall’agenzia stampa Tass. L’estate prossima, L'Akademik Lomonosov lascerà Murmansk per prestare servizio nell’Artico, lungo la costa di più Chukotka nell’estremo oriente della Russia.
Sul piano tecnico, la centrale galleggiante può fornire di energia elettrica fino a 200.000 persone, oltre a provvedere alla desalinizzazione dell’acqua. La destinazione dell'Akademik Lomonosov, che rifornirà anche piattaforme petrolifere, sarà il porto Siberiano di Pewek. Il progetto è stato fortemente criticato da diverse associazioni ambientalistiche che parlano del rischio di <>, in riferimento al disastro nucleare del 1986, i cui effetti causarono in settant'anni anni almeno sei milioni di morti.

lunedì 7 maggio 2018

Contrapposizione Nato Russia. La Faglia Artica

Fonte: LIMES, rivista di geopolitica. N. 12 Dicembre 2018. www.limesonline. informazioni: ilmioabbonamento.it

Da sempre il fianco nord della Nato ha preso in esame le terre artiche.
Con la fine della guerra fredda la Russia si è ridimensionata ma questo non significa che non sia presente in modo qualitativo e quantitativo nelle regioni artiche.
L'area quindi è sempre di interesse per la Nato e per la sicurezza Europea

martedì 24 aprile 2018

mercoledì 31 gennaio 2018

Corso di Specializzazione

Dal Peacekeeping al Peacebuilding:
dalla protezione dei civili
alla memoria del conflitto
per la costruzione della pace



Enti promotori

La Scuola di aggiornamento e alta formazione “Giuseppe Arcaroli”, istituita nel 2015 dall’ANVCG - Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra Ente Morale (D.C.P.S. 19 gennaio 1947) e dall’ANRP  - Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari  (Ente Morale D.P.R. 30 maggio 1949), è rivolta in particolare alla trattazione dei temi relativi ai diritti umani e ai conflitti, al fine di esaminare le conseguenze di questi ultimi nei confronti degli stessi belligeranti, dei prigionieri o feriti e della popolazione civile, nonché allo scopo di sottolineare che  la  violazione dei diritti umani, sempre di più, accende la responsabilità penale dei singoli di fronte alla Comunità internazionale in quanto tale.
Il tratto distintivo della Scuola è la multidisciplinarietà, caratteristica che permette di approfondire la tematica dei diritti umani nelle sue varie sfaccettature e di promuovere, inoltre, l'insieme delle attività formative in linea con le attuali dinamiche, volte ad assicurare un pieno rispetto dei diritti e dei bisogni delle vittime dei conflitti armati, a ridurre mali superflui e sofferenze inutili, nonché a facilitare il processo di riconciliazione e pace.

ANNO ACCADEMICO 2017-2018
(Corso di alta formazione)


 DAL PEACEKEEPING AL PEACEBUILDING:
dalla  protezione dei civili alla memoria del conflitto
per la costruzione della pace

III edizione

Contesto generale e obiettivi formativi
I conflitti odierni sono spesso caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani, recano e lasciano dietro di sé gravi sofferenze e traumi per la popolazione civile, coinvolta in percentuale ormai predominante rispetto alle forze combattenti.  La comunità internazionale ha per questo rafforzato la sua capacità di risposta immediata attraverso specifiche attività di protezione umanitaria (PoC), mentre nel post-conflitto attraverso strumenti capaci di sostenere il processo anche oltre il passaggio cruciale dalla tregua all’accordo vero e proprio, per la costruzione di una pace positiva e durevole anche dal punto di vista politico, economico e sociale.
La garanzia e il rispetto dei diritti umani di tutte le categorie di persone coinvolte direttamente o indirettamente nel conflitto ha dunque oggi come focus non solo i belligeranti, ma anche e soprattutto i civili, e tra questi in particolare le categorie più vulnerabili. SI estende ad attività rivolte al superamento del trauma e alla elaborazione di una memoria individuale e collettiva che eviti la proiezione delle sofferenze vissute nel conflitto nel tempo futuro,  con il rischio del riaccendersi del conflitto (che riguarda una significativa percentuale di casi già nei primi anni dopo gli accordi di pace).
Accanto a vecchie e nuove norme e prassi nel settore pace e sicurezza che prevedono l’impiego sul campo di personale civile e strumenti tecnologici avanzati, fanno ormai parte a pieno titolo delle strategie di intervento anche attività di promozione della riconciliazione, integrate con altri strumenti di quali la giustizia transizionale e la tutela e il recupero dei beni culturali. I vari attori impegnati sul campo a diversi livelli (forze armate, agenzie specializzate, organizzazioni della società civile) sono impegnati in queste nuove frontiere di intervento.
Il Corso di alta formazione “Dal Peacekeeping al Peacebuilding: dalla  protezione dei civili alla memoria del conflitto per la costruzione della pace” - promosso dalle associazioni ANRP e ANVCG - si propone di rispondere alle esigenze operativi nei nuovi scenari, costituendo un ponte ideale tra operatori e partner locali,  attraverso un comune vissuto tra guerra e pace,  memoria e futuro.

Obiettivi formativi: il corso si propone di trasmettere conoscenze relative alle caratteristiche delle guerre e dei conflitti contemporanei e all’odierno quadro di relazioni internazionali; ad una visione costruttivista delle relazioni internazionali in un’ottica di promozione della pace; alla tutela dei diritti umani in aree di conflitto, con particolare riferimento agli ambiti della protezione umanitaria; alla gestione dei  conflitti e costruzione della pace con una attenzione particolare alla fase post conflitto ed alla prospettiva di recupero dal trauma e di riconciliazione.

Destinatari: il corso si rivolge ad un pubblico eterogeneo, formato da giovani in possesso di laurea (triennale, magistrale o vecchio ordinamento), studenti iscritti alle lauree magistrali in tutte le discipline, responsabili degli enti promotori e delle istituzioni scolastiche e educative, operatori delle organizzazioni non-governative e professionisti del mondo dell’informazione.

Docenti, metodologia didattica, percorso formativo
Il corpo docente è costituito da accademici nell’area della storia contemporanea, delle relazioni internazionali e dell’analisi geopolitica, qualificati esperti nazionali e internazionali nella gestione dei conflitti; studiosi delle tematiche legate alla tutela dei diritti umani.
La metodologia didattica prevede, oltre alle lezioni frontali e allo studio individuale, lo svolgimento di attività interattive ed esercitazioni nell’ambito  di workshop finalizzati all’acquisizione di abilità pratiche. 
Il percorso formativo ha carattere multidisciplinare ed è articolato in moduli tematici:

-          Un modulo a carattere generale che introduce allo scenario: sia dal punto di vista delle guerre e dei conflitti contemporanei, sia delle relazioni internazionali e degli studi sulla pace, sia della disciplina giuridica applicabile in aree di conflitto e del suo impiego per la protezione dei civili e la trasformazione dei conflitti. Una sezione sarà dedicata al rapporto tra religioni, conflitti e pace.  
-       Seguono quattro  moduli su aspetti specialistici dedicati a: Protezione dei Civili nelle aree di conflitto; memoria del conflitto, superamento del trauma e riconciliazione;  il continente africano e i  flussi migratori, le attività di intelligence.
-          Quattro esercitazioni completano il percorso formativo trasmettendo competenze pratiche per l’applicazione di elementi oggi indispensabili per l’efficacia e la sostenibilità dell’azione sul campo: l’azione umanitaria in emergenza, uno dei pilastri del settore protection; il ciclo del progetto, strumento indispensabile per il lavoro sul campo; l’approccio di genere, che risponde ai rispettivi bisogni specifici e mira al pieno coinvolgimento di uomini e donne nei processi di pace; l’approccio integrato tra attori, chiave di volta del sistema di intervento internazionale.

Prospettive di impiego professionale
L’aumento di richiesta e impiego di professionalità specificamente indirizzate a prevenire e limitare le conseguenze dei conflitti armati, e a gestire le loro dinamiche in misura crescente in ambito civile, rendono il Corso interessante sia per i laureati triennali o magistrali, sia per i laureandi magistrali in cerca di specializzazioni in ambiti di attualità, sia per gli operatori del settore interessati ad un aggiornamento e ad una  qualificazione formativa di alto livello.
Convenzioni Accademiche
Il corso è erogato con il patrocinio scientifico e l’apporto di docenti provenienti dal Corso di Laurea magistrale in Relazioni Internazionali e Cooperazione allo Sviluppo della Università per Stranieri di Perugia. Con questo Ateneo è in atto una convenzione avente per oggetto sia il riconoscimento di crediti formativi, sia l’offerta di tirocini agli studenti e ai laureati del Corso, sia la divulgazione di studi e ricerche nel campo delle discipline trattate nei seminari specialistici.
Sede, articolazione e durata
Sede e Modalità di frequenza

La sede dell’attività didattica e amministrativa è presso l’ANRP, Via Labicana 15, 00184 ROMA.
Il corso prevede una frequenza bisettimanale e la partecipazione alle giornate di esercitazione.
Per tutti i frequentanti in regola con i requisiti di presenza (non meno dei 4/5 delle attività) e con la verifica del profitto (presentazione di una tesina) è previsto il rilascio da parte degli enti promotori di un attestato, con attribuzione di 3 crediti formativi universitari (CFU).
Orari e durata del Corso
Il percorso didattico, articolato complessivamente su 120 ore (comprensive di didattica in aula, seminari, valutazione e studio individuale), si svolgerà dal 05/02/2018 al 24/04/2018 nelle giornate di lunedì e martedì dalle ore 15:00 alle 19.00– e verterà sui seguenti temi:

PROGRAMMA


Parte generale








20 ore

Guerre, rivoluzioni e conflitti negli scritti contemporanei di politica internazionale 
Prof. Diodato
4 ore 

Guerre e conflitti contemporanei: profili storici
Prof. Zani
4 ore

Religioni, pace e conflitti
Prof.ssa Macioti
4 ore

Gli studi sulla pace : nascita ed eveluzione
Prof. Belli
 4 ore

Diritto Internazionale e conflitti armati
Prof. Colacino
  4 ore
Parte specialistica




Diritti Umani e protezione dei civili nelle aree di conflitto

Col F. Elia
CRI
8 ore




24 ore

Memoria del conflitto, superamento del trauma, riconciliazione
Prof. Morozzo della Rocca 

8 ore

Africa e flussi migratori
Prof.ssa Guazzini
L. Rinelli
4 ore
2 ore

Le attività di intelligence
V. Ilari
2 ore

Workshop





Ciclo del progetto
L. Mariani

 16 ore

26 ore


 Azione umanitaria in emergenza
M. Ciapparelli

Approccio di genere in situazioni di conflitto
L. Del Turco

Approccio integrato  e nuovi attori di pace
L. Del Turco
Valutazione


10  ore
Eventi e seminari

   10 ore
Studio individuale

40 ore
IMPEGNO COMPLESSIVO                                                                              
     120 ore

Requisiti di ammissione, iscrizioni, borse di studio e project work
Requisiti di ammissione

Il Corso è rivolto a quanti in possesso di diploma di laurea (triennale, magistrale o vecchio ordinamento) e a studenti iscritti ai Corsi di laurea magistrale di tutte le discipline. Possono altresì accedere: docenti di scuole secondarie di primo o secondo grado, responsabili degli enti promotori e delle istituzioni, operatori di organizzazioni non-governative e professionisti dell’informazione in possesso di titoli riconosciuti idonei dalla Direzione del Corso ai fini dell’ammissione e del profitto. 
Per essere ammessi al Corso i candidati dovranno certificare: il titolo di laurea o di studio con l'indicazione del voto o del giudizio conseguito; una sufficiente conoscenza della lingua inglese e, se stranieri, della lingua italiana; ogni altro titolo ritenuto utile dal candidato.
Modalità di iscrizione
Il numero minimo di iscritti per l’attivazione della Corso è fissato a 14 e il numero massimo a 25. Al raggiungimento del tetto massimo sarà stilata una lista d'attesa.
La selezione dei candidati avverrà, da parte della Direzione del Corso, attraverso l’analisi dei titoli presentati ed eventualmente mediante colloquio.
La domanda di ammissione, su apposito modulo, deve pervenire entro il 24/01/2018 alla Direzione del Corso presso ANRP con una delle seguenti modalità:
· e-mail anrpita@tin.it
· posta ANRP – via Labicana, 15/A – 00184 Roma.
 allegando:
a) scheda aspettative e motivazioni;
b) curriculum vitae;
c) fotocopia del documento di identità valido e del Codice Fiscale;
d) certificato di laurea o titolo di studio;

Graduatoria e Iscrizioni

L’accettazione della domanda sarà comunicata agli ammessi tramite posta elettronica il 31/01/2018.
I costi del Corso saranno garantiti dai contributi dell’ANVCG e ANRP nell’ambito dell’Accordo Quadro stipulato nel dicembre 2015 riguardante una collaborazione per la realizzazione di attività nel settore della “politica della memoria”.
Project Work

Al termine del ciclo di lezioni è prevista la selezione di uno o più candidati, che avranno l'opportunità di pubblicare, sotto il coordinamento della Direzione del Corso, un proprio lavoro in una edizione in formato elettronico e/o cartaceo. La selezione sarà effettuata dai docenti del Corso tra i frequentatori, sulla base del curriculum vitae e del lavoro presentato o proposto.

Direzione del Corso:
Direttore: Luciano ZANI - Professore ordinario di storia contemporanea. Presidente dell'Area didattica Sociologia e Ricerca sociale applicata. Dipartimento di Scienze sociali ed economiche. Facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione. Sapienza Università di Roma.

Coordinatrice: Luisa DEL TURCO - Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dello Stato e Istituzioni Politiche comparate, e un perfezionamento in Peacekeeping. Docente da oltre 10 anni del Master Universitario Tutela Internazionale dei Diritti Umani - Università La Sapienza, e presso la SPICES, collabora con il Centro Diritti Umani dell’Università di Padova per la formazione dei corpi civili di pace, con il Centro Alti Studi della Difesa per la formazione nei corsi Cocim e Gender Advisor.  E’ consulente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra per lo sviluppo delle attività esterne e di promozione della pace. 


mercoledì 3 gennaio 2018

Struttura dell'Atlante

IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato 

venerdì 15 dicembre 2017

domenica 18 giugno 2017

Parigi rinnegata. Stati Unit sempre più fiori dalla Comunità Internazionale

Usa fuori da Accordo di Parigi
Clima: la folle retromarcia di Donald Trump
Nicolò Sartori
01/06/2017
 più piccolopiù grande
Alla fine, l’ha fatto. Come promesso in campagna elettorale, Donald Trump ha deciso di condurre gli Stati Uniti fuori dell’Accordo di Parigi, al cui successo - nel dicembre 2015 - aveva fortemente contribuito l’azione del suo predecessore alla Casa Bianca, Barack Obama.

Trump ha deciso di agire dopo il G7 di Taormina, durante il quale la frattura tra il leader americano e il resto del gruppo dei Grandi è apparsa difficilmente colmabile. Non è bastato nemmeno il tentativo last-minute di Papa Francesco, da sempre impegnato sui temi ambientali, a riportare il magnate sulla retta via.

Quella di Trump è una mossa fortemente populista e reazionaria. Una mossa che porta gli Stati Uniti, Paese d’avanguardia e motore del progresso tecnologico globale negli ultimi decenni, in una posizione di trincea su un tema chiave non solo per il futuro del pianeta, ma di rilevanza strategica per la proiezione geopolitica, economica e industriale di Washington nello scacchiere internazionale.

Trump, G7, Papa Francesco
Le rigide posizioni di Trump sul clima hanno avuto l’effetto di spaccare il G7 riunitosi a Taormina. Nonostante dai primi giorni della sua campagna elettorale, la retorica del neo-eletto presidente fosse chiaramente contro ogni tentativo di rafforzamento della cooperazione globale in materia climatica, la comunità internazionale probabilmente sperava di poter smorzare la veemenza trumpiana sul tema.

Non era bastata nemmeno la nomina di Scott Pruitt, rinomato negazionista dei cambiamenti climatici, alla guida della Environmental Protection Agency (Epa) americana - e il conseguente svuotamento dei poteri dell’Agenzia -, a convincere i suoi interlocutori della risolutezza con la quale il presidente era pronto a scontrarsi sulle questioni climatiche.

Ma alla fine, i sei leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito hanno dovuto prendere necessariamente atto di una situazione probabilmente senza via di ritorno e spaccare con modalità senza precedenti la posizione del Gruppo su un tema di così grande rilevanza per il destino dell’umanità.

Anche Papa Francesco, autore dell’enciclica “Laudato si”, aveva provato ad ammorbidire la posizione di Trump regalandogli pubblicamente un volume sui cambiamenti climatici. Evidentemente, anche lui senza successo.

La strada è tracciata
Trump o non Trump, la strada della decarbonizzazione è ormai tracciata a livello globale. Come detto, i G6 hanno posto il tema dei cambiamenti climatici al centro della loro agenda nonostante le divergenze con Washington. L’Unione europea continua la sua azione d’avanguardia e di leadership internazionale in materia climatica, come immediatamente sottolineato dalla Commissione e dal commissario per l’Energia e il Clima Canete.

L’elezione di Macron in Francia, e la sua decisione di nominare un ministro per la Transizione Ecologica (anziché per l’Energia) offre una chiara spinta propulsiva verso una ancora maggiore ambizione europea su questi temi.

Ma l’Europa non è più sola in questa battaglia globale, anzi. Perché se gli Stati Uniti, entrati nel club grazie alla sensibilità di Obama, se ne escono sbattendo la porta, ecco che nuovi attori internazionali annunciano (e dimostrano) di voler partecipare seriamente alla partita climatica.

Cina e India hanno infatti iniziato a muoversi in questo contesto, con Pechino (principale responsabile delle emissioni con il 29% del totale) fortemente impegnata in un percorso di decarbonizzazione tanto necessario a livello domestico quanto benvenuto sul piano globale.

Non dimentichiamo che l’impegno cinese, in partnership con gli americani, è stato tra i principali driver del successo dell’Accordo di Parigi.

E mentre Trump decide di smantellare brutalmente il piano di transizione energetica elaborato da chi l’ha preceduto nell’Ufficio Ovale (Clean Power Plan), il partito comunista al potere in Cina solo nel 2015 ha investito 103 miliardi di dollari in energie rinnovabili (il doppio di quanto fatto negli Stati Uniti), con l’obiettivo di stanziare oltre 360 miliardi di qui al 2020. A testimonianza dell’impegno (e della leadership) cinese su questo tema, è pronto un annuncio congiunto con l’Unione europea per sottolineare l’importanza dell’attuazione di Parigi.

Clamoroso autogol
Purtroppo per Trump, l’azione cinese non si limita alla promozione di politiche di decarbonizzazione in ambito domestico. Nel 2016, mentre il presidente americano progettava di smantellare l’Epa, Pechino ha investito 32 miliardi di dollari in energie rinnovabili all’estero, tanto in paesi industrializzati come Germania e Australia, quanto in economie emergenti come Brasile, Cile, Indonesia, Egitto, Pakistan e Vietnam. Perché il cambiamento climatico è, volenti o nolenti, anche business.

Le dimensioni del mercato interno e l’aggressività commerciale della Cina sul piano internazionale possono garantire alle aziende cinesi vantaggi comparati eccezionali nei confronti dei competitor occidentali.

Da un lato ciò posiziona il Paese in prima fila nello sviluppo, produzione e commercializzazione di una serie di tecnologie destinate a una diffusione esponenziale su scala globale. Dall’altro, assicura un potente strumento di penetrazione politica, economica e sociale in aree e regioni chiave per gli interessi geostrategici di Pechino.

Nel mezzo di questa straordinaria rivoluzione tecnologica e industriale, stride l’obiettivo della Casa Bianca di salvare circa 50mila posti di lavoro nel settore del carbone, il cui numero di addetti (così come l’utilizzo della materia prima) è in costante e inesorabile declino. Una mossa miope, astorica, da parte dell’Amministrazione, che continua a sottovalutare il valore aggiunto e l’impatto positivo dell’industria low-carbon sul mercato del lavoro a stelle e strisce. Così come il suo sempre più importante ruolo di strumento di proiezione internazionale per il Paese.

Nicolò Sartori è Responsabile del Programma Energia, Clima e Risorse dello IAI.

martedì 23 maggio 2017

Strategia Energetica e Stati Uniti

Strategia Usa
Energia: Trump e l’eredità di Obama
Enrico Mariutti
12/05/2017
 più piccolopiù grande
La strategia energetica è da oltre mezzo secolo uno degli argomenti più controversi e articolati della politica statunitense.

Il prezzo, economico, politico e strategico, della crescente dipendenza dalle forniture energetiche estere, e in particolare mediorientali, ha innescato un lungo dibattito interno all’establishment americano in grado di influenzare profondamente la geopolitica globale dalla seconda metà del XX secolo ai giorni nostri.

Dal ‘resource nationalism’ di matrice araba alla Dottrina Carter, dal collasso dell’Unione Sovietica all’ingresso dei mercati emergenti nella Catena del Valore Globale, una lunga serie di fattori hanno contribuito a cristallizzare il paradigma energetico americano.

Da una parte carbone, nucleare, idroelettrico e gas naturale, destinati a sopperire sia al carico di base della rete elettrica che a gran parte del fabbisogno industriale e ai consumi domestici; dall’altra petrolio e derivati, destinati ad alimentare il vorace settore dei trasporti, il polo petrolchimico e nicchie degli altri segmenti. Mentre il primo pilastro della strategia energetica Usa era fondato prevalentemente sull’autoproduzione, il secondo era alimentato in larga parte dall’import.

L’avvento del nuovo millennio ha coinciso con la comparsa sulla scena di almeno tre game changers: lo sviluppo dei giacimenti di idrocarburi non convenzionali, l’ingresso di alcune tecnologie delle nuove fonti di energia rinnovabile (Nfer) nella fase di maturità e la presa di coscienza da parte della classe dirigente dei rischi connessi al cambiamento climatico e dei costi impliciti dell’inquinamento ambientale.

La presidenza Obama e il Rinascimento energetico Usa
L’amministrazione Obama, a dispetto di un packaging tendenzialmente ideologico e non scevro di sbavature retoriche, ha saputo sfruttare con intelligenza e lungimiranza tutte le possibilità offerte dal nuovo scenario. Nel corso dei due mandati democratici la produzione di petrolio negli Stati Uniti è aumentata del 66%, l’aumento più marcatoa partire dal dopoguerra, e quella di gas naturale del 31%, uno degli aumenti più consistenti dell’ultimo secolo.

Malgrado l’antagonismo che tradizionalmente contrappone, seppur più nell’immaginario collettivo che nella realtà, fonti rinnovabili e combustibili fossili, il drastico ribasso dei costi d’impianto, strettamente correlato alla contrazione del prezzo dell’energia, sommato agli incentivi fiscali federali previsti dal Clean Energy Incentive Program, ha innescato uno straordinario sviluppo delle Nfer.

Tra il 2009 e il 2016 l’output di energia eolica (impianti di scala industriale) è cresciuto del 206%, mentre quello di energia solare (fotovoltaico + termodinamico) del 3900%, alimentando un florido indotto industriale e contribuendo alla riduzione delle emissioni fortemente voluta dal presidente nell’ambito del più ampio programma di contrasto al cambiamento climatico globale.

D’altronde, il fenomeno che più di ogni altro ha segnato la presidenza Obama è stato il rinnovamento infrastrutturale, stimolato dal governo federale attraverso una serie di provvedimenti tra cui spicca il Clean Power Plan, adottato dall’Environmental Protection Agency (Epa) nel quadro del Climate Action Plan il 3 agosto 2015.

L’introduzione di limiti progressivi alle emissioni delle centrali termoelettriche ha infatti imposto agli operatori di settore massicci investimenti nell’adeguamento infrastrutturale, che hanno avuto effetti a cascata su tutta la powergrid, aumentando l’efficienza complessiva della rete.

L’International Energy Agency stima che nel solo 2016 gli investimenti confluiti nel settore elettrico americano siano stati pari a 93 miliardi di dollari, di cui 38 destinati alleNfer e 48 al potenziamento della rete di trasmissione e in quella di distribuzione. Il Rinascimento energetico dell’era Obama ha però prodotto un danno collaterale: la crisi dell’industria del carbone. Ma al contrario delle apparenze non si è trattato di un assassinio politico.

Il carbone ucciso da un nuovo paradigma
Nel declino delle centrali coal-fired, infatti, è nascosta la chiave per interpretare l’eredità di Obama: non una rivoluzione energetica, ma una rivoluzione industriale. Anche se intuitivamente è la necessità il motore primo del progresso, uno sguardo più accurato permette di individuare nell’abbondanza il lubrificante che accelera l’avanzamento delle comunità umane. Abbondanza di risorse, di conoscenze, di capitali, di energia, di tensione culturale e psicologica verso il futuro.

L’amministrazione Obama ha indubbiamente beneficiato di fattori pregressi o indipendenti dal disegno politico, come la cosiddetta Shale Revolution, una lunga fase rialzista sui mercati internazionali delle commodities energetiche o l’abbondanza di liquidità nei circuiti finanziari, miscelando con lungimiranza le componenti dell’amalgama. Ma anche aggiunto un ulteriore, decisivo, ingrediente: un incentivo progressivo e coercitivo all’innovazione.

La normative Epa e i decreti presidenziali hanno solamente imposto agli operatori di settore ciò che già il mercato avrebbe dovuto, teoricamente, imporre loro: la continua ricerca di maggiore efficienza.

Nel corso degli ultimi decenni, infatti, la struttura oligopolistica del mercato energetico americano e la scarsa propensione agli investimenti strutturali e infrastrutturali degli operatori, radicata nella stessa natura del settore, hanno formato un collo di bottiglia a livello economico-finanziario, rallentando lo sviluppo industriale.

L’obiettivo di un sostanziale abbattimento delle emissioni è stato quindi centrato attraverso strumenti di crescita e sviluppo, piuttosto che per mezzo di una decrescita dei consumi. Mentre il settore dell’Oil&Gas e quello delle Nfer hanno saputo sfruttaregli stimoli endogeni per evolversi, l’industria del carbone è entrata in crisi.

Le ragioni di questo rapido declino, però, vanno ricercate nella storia e nelle caratteristiche specifiche del comparto piuttosto che in quelle dei vincoli ambientali imposti dall’amministrazione. E nell’avvento di un nuovo paradigma industriale fondato su nuove necessità e nuove possibilità.

Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).